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Il frutto non è nel seme. Riflessioni su un inganno millenario. Di Emanuele Franz

Le “cause profonde”, si sente spesso dire. E che cosa si intende con un’espressione così ambigua, così vuota, così totalmente priva di sostanza? Le cause profonde. Dobbiamo risalire alle origini dell’universo e tracciare i fili di tutte le cause e le concause per capire perché ci fa male un ginocchio? La pretesa di collegare delle premesse e delle conclusioni è di un’arroganza gnoseologica infinita. Da quanto ne sappiamo, infatti, da cause medesime possono conseguire milioni di effetti totalmente diversi gli uni dagli altri. Non possediamo nessuna lente di ingrandimento per tracciare un filo diretto dalle cosiddette cause ai cosiddetti effetti, perché le stesse condizioni di partenza potrebbero aver sortito gli effetti più disparati. Non possiamo dimostrare in alcun modo che proprio da quelle cause sono conseguiti quegli effetti, e che invece non sia, invece, il contrario, cioè che gli effetti, quegli effetti, si stanno opponendo a quelle cause.
Io credo sostanzialmente che questa teoria millenaria, che nel seme ci sia il frutto, sia una delle più grandi imposture della cultura occidentale. Dalla potenza non consegue assolutamente per forza di cose l’atto e non esiste alcun processo che conduce dalle cause agli effetti. Non esiste nessun fil rouge che collega delle premesse a qualsivoglia effetto finale. È un processo inferenziale menzognero costruito dalle convenzioni umane.
Il frutto non è nel seme, un seme non nutre come il frutto. È l’albero che brucia e riscalda, non il seme. Non c’è niente nel seme, niente. È solo nell’atto che sta la realtà. Nell’atto. Negli effetti.
Il pretendere di risalire all’indietro nelle concause universali significa precipitare in una separazione patologica della realtà con le sue mistificate origini. Perché si cade nella gnosi, si cade nel platonismo, si cade nella negazione di ciò che vedono gli occhi. Ciò che vedono gli occhi, ciò che tu puoi toccare con la mano, cioè l’atto, l’effetto, il frutto.
Non abbiamo nessuna sfera magica per risalire alle cause originarie delle cose, quello che esiste sono gli effetti. Un frutto lo mangi, un seme no, un albero ti scalda se lo bruci, o ti siedi se ci fai una sedia, ma con un seme non ci fai nulla, muori di freddo. Quello che la mano può toccare sono gli effetti, quello che l’occhio può vedere è la realtà.
Emanuele Franz
29.01.2026
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L’eterno ritorno dell’identico e la sutura tra essere e divenire. Di Emanuele Franz

L’istante che contiene tutto lo spazio è il Logos.
Friedrich Nietzsche, il 14 agosto del 1881, parlò dell’eterno ritorno dell’identico. La parolina magica è “l’identico” perché, a differenza dei cicli degli stoici o della palingenesi o delle ere di Brahma di cui parlavano gli induisti, la parola veramente magica è “identico”. Vuol dire che io e te abbiamo avuto questa stessa conversazione infinite altre volte, in modo identico. Ovviamente Nietzsche, il 14 agosto del 1881, non ha retto il colpo di un pensiero così universale, così devastante. Infatti, poi il suo sistema nervoso si è abbrustolito come due tozzi di pane nel tostapane, perché il suo sistema nervoso ha avuto un cortocircuito. Però cosa ha fatto, unico fra i mortali? Lui ha trovato il punto di sutura fra l’essere e il divenire. Questo punto di sutura lui è riuscito a trovarlo senza menzionare Gesù Cristo. Forse proprio per questo è impazzito, perché non ci può essere redenzione senza Gesù Cristo.
Bisogna dire però che io che sto facendo questo discorso ho preso un’esistenza carnale su questa terra il 14 agosto del 1981, esattamente un secolo dopo a questo pensiero di Nietzsche, almeno se vogliamo prendere atto della lettera che ha scritto a Peter Gast il 14 agosto del 1881, in cui dice che lui ha avuto un pensiero così alto, così eterno, che era a 6.000 piedi da ogni cosa umana. Si riferiva all’eterno ritorno dell’identico. Non sappiamo se la passeggiata a Sils Maria nella quale ha avuto l’intuizione è avvenuta proprio quel giorno, il giorno prima, la notte… Fa fede questa lettera che ha scritto a Peter Gast il 14 agosto.
Ora veniamo a Borges, lo scrittore argentino. Borges racconta, in uno dei suoi celebri racconti, di un condannato a morte davanti al plotone di esecuzione. Quando hanno già sparato per ucciderlo, chiede a Dio una grazia: il tempo necessario per completare la sua opera che stava scrivendo, perché sarebbe stato come un delitto morire senza aver terminato questa opera. Allora Dio gli concede l’intera eternità, quando il proiettile era appena davanti al suo volto. Mancava proprio un infinitesimo d’istante per la pena capitale. Dio gli concede l’eternità per terminare la sua opera, ovviamente doveva terminarla mentalmente, l’opera che aveva concepito. E quindi quest’uomo deve concepire un’opera eterna. Perché, attenzione alla sottigliezza: appena ha terminato la sua opera, il proiettile riprende il corso temporale e arriva alla sua testa, lo perfora e muore. Borges è uno dei più grandi iniziati nel XX secolo: bisogna prendere le folgorazioni di Nietzsche e metterle insieme con quelle di Borges per avere la risposta finale. L’opera che deve completare quest’uomo deve essere per forza eterna affinché la vita, diciamo, sia eterna. E questa è farina del mio sacco, poiché vanto il privilegio di essere nato esattamente un secolo dopo il pensiero di Nietzsche.
L’eterno ritorno dell’identico rappresenta sì la vera sutura, però l’identico non si realizza dopo miliardi di anni, come pensava Nietzsche, che ha fatto anche studi scientifici per dimostrarlo, o come vuole la scienza oggi, intendendo la materia come una serie di combinazioni che si ripetono, come in un mazzo di carte mescolato all’infinito, nel quale a lugo andare le situazioni di partenza si devono per forza ricombinare nel modo identico dopo miliardi di miliardi di miliardi di tentativi. Non è questa la risposta. La risposta va cercata proprio nel racconto di Borges, cioè l’infinità delle situazioni identiche ha luogo non negli eoni cosmici, ma nello stesso istante. È nello stesso istante che c’è l’altare delle miriadi di situazioni identiche. Nella situazione in cui ci troviamo adesso è l’istante, quella fatidica porta carraia dove Nietzsche ha le visioni dell’attimo (o anche il nano sulla porta carraia) e dove l’uomo spezza la testa del serpente (Nietzsche annuncia l’eterno ritorno per enigmi, l’uomo spezza la testa del serpente allude all’Uroboros, l’anello eterno del tempo che viene spezzato).
L’eterno non si ripete identico nel ciclo degli anni di Brahma, ma nello stesso istante, cioè in questo istante in cui io sto facendo questo discorso è sì ripetuto miliardi di miliardi di miliardi di volte, nel senso che mentre io dico queste parole tutta la storia dell’universo sta avendo luogo. Mentre sto parlando, Giulio Cesare, Attila, le conquiste dei Normanni, le disperazioni degli ultimi in Sud America, dei pellegrini, le gioie ed Alessandro Magno sulle foci dell’Indo che si disseta, primo fra gli uomini dell’Ovest. Tutte queste cose stanno avendo luogo, non negli eoni cosmici, ma in questo istante. E quindi sì, ha ragione Nietzsche a dire che la sutura è avvenuta in questo eterno ritorno dell’identico, ma sbaglia nel darne un’interpretazione astrofisica. Bisogna inserire proprio questo racconto di Borges per comprenderne la portata. Se si inserisce in un unico insieme la visione di Nietzsche e il racconto di Borges, si ottiene una e una sola risposta. La sutura si chiama Gesù Cristo. È Cristo che sutura l’essere e il divenire. Nietzsche è impazzito perché non è riuscito a usare questo nome, a usare la parola Gesù Cristo. Quindi tutta la storia dell’universo si sta realizzando in questo stesso istante che porta seco tutti gli universi possibili. Ma perché? Perché io, con l’interlocutore col quale sto parlando adesso, sto trasmettendo, con la mia parola, che è Logos, un dono che non può avere termine. L’istante che contiene tutto lo spazio è il Logos. È per questo che io, con la parola, non do un frammento di universo, ma do l’infinita reiterazione della verità che una volta sì è stata crocefissa, ma ora, con una mia sola parola, prende vita infinite volte ancora.
Emanuele Franz
17 gennaio ’26
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-Pellegrinaggio nel deserto del Sahara- il nuovo libro del filosofo Emanuele Franz

Esce oggi con Audax Editrice il nuovo libro del filosofo e storico delle religioni Emanuele Franz dal titolo: -Pellegrinaggio nel deserto del Sahara
2000 chilometri dall’oracolo di Ammone al più antico monastero cristiano del mondo-. Attraversare il deserto del Sahara alla ricerca della sapienza originaria del cristianesimo antico fra templi e monasteri millenari. È questo il progetto che il moggese Emanuele Franz, filosofo, poeta e storico delle religioni, ha deciso di intraprendere: un pellegrinaggio di 2000 chilometri fra le sabbie del deserto toccando i punti più cruciali della storia della religione cristiana e non solo. Dall’oasi di Siwa, nel deserto libico, fino al Monastero di Sant’Antonio il grande, il fondatore del monachesimo, e al monastero di San Paolo di Tebe, il primo eremita cristiano. Situati nel deserto orientale, non distanti dal Mar Rosso, sono i più antichi monasteri cristiani del mondo.
Il testo, con prefazione di Padre Ambrogio Cassinasco, contiene 35 illustrazioni a colori e ha un prezzo di copertina di 17 euro e può essere ordinato sul sito della casa editrice http://www.audaxeditrice.com
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IL MITO D’ANNUNZIANO SVELATO! Corso in 4 Incontri con Tobias Fior, L’Esperto del Vate – TOTALMENTE GRATUITO

Sei pronto a immergerti nella figura più affascinante e complessa della cultura italiana? L’Università delle LiberEtà di Udine ti offre un’opportunità unica e imperdibile: un corso di approfondimento tenuto da uno dei massimi specialisti in materia.
Il corso “Gabriele d’Annunzio: vita e letteratura” sarà condotto da Tobias Fior, studioso dannunziano e autore di importanti monografie sulla figura del Vate. Avrai l’occasione di apprendere direttamente da chi ha dedicato la sua ricerca a svelare i segreti dell’arte e della vita dannunziana.
Il corso “Gabriele d’Annunzio: vita e letteratura” sarà condotto da Tobias Fior, studioso dannunziano e autore di importanti monografie sulla figura del Vate. Avrai l’occasione di apprendere direttamente da chi ha dedicato la sua ricerca a svelare i segreti dell’arte e della vita dannunziana.
Il Percorso: Tra Vita e Superuomo
Università delle LiberEtà di Udine – Codice corso 731
Parte da martedì 25 novembre, ore 10.00-11.00In quattro incontri intensivi, il corso (Codice 731) esplorerà l’intera parabola biografica e artistica di d’Annunzio, mettendo in dialogo la sua esistenza e la sua vasta produzione letteraria:
- Dalle liriche giovanili ai romanzi del Superuomo.
- Dalle prose d’estetismo alle pagine memorialistiche.
- Focus sui temi chiave: la bellezza, l’eros, l’eroismo e l’inarrestabile mito dell’io.
Questo è un viaggio pensato non solo per conoscere l’autore, ma per comprendere il mito dannunziano che ha plasmato il Novecento.
Due motivazioni fondamentali per non mancare:
- ACCESSO GRATUITO: La partecipazione all’intero ciclo di lezioni con l’esperto Tobias Fior è offerta completamente a titolo gratuito.
- ATTESTATO RILASCIATO: Sarà rilasciato un Attestato di Partecipazione che certifica il tuo approfondimento su questa figura cruciale.
Iscrizioni
Per iscriversi è sufficiente inviare una mail a iscrizioni@libereta-fvg.it) indicando nell’oggetto: nome + cognome + codice corso (731).Per ulteriori informazioni è possibile rivolgersi alla segreteria dell’Università delle LiberEtà di Udine.
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“L’autismo è Genio, non menomazione”. Al Senato della Repubblica l’appello di Emanuele Franz

Il filosofo friulano denuncia l’inclusione virtuale e non reale delle neurodivergenze
Roma, 6 novembre 2025 – La Sala Caduti di Nassirya del Senato della Repubblica ha ospitato la conferenza stampa “Autismo e inclusione: scrivere e raccontare per comprendere”, promossa su iniziativa del senatore del Movimento 5 Stelle, Luigi Nave.
Protagonista centrale dell’incontro è stato Emanuele Franz, filosofo friulano eccentrico e poliedrico. Autore prolifico con oltre 40 volumi di poesia e filosofia, viaggiatore e sperimentatore, Franz ha trasformato la scoperta della propria condizione autistica in una potente campagna sociale.
Franz sfida la narrazione comune, sostenendo che l’autismo non è sinonimo di menomazione, ma di un intrinseco potenziale creativo. La sua azione mira a invitare la società a ripensare l’inclusione delle neurodivergenze in una chiave più efficace e reale, e non solo virtuale.
L’autore ha richiamato l’attenzione sull’urgenza di affrontare, anche alla luce dei recenti fatti di cronaca, il tema degli abusi e delle violenze subiti dai soggetti divergenti, sottolineando come il soggetto autistico non è di per sé “malato”, ma diviene sofferente in un mondo che non è pensato per la sua neurotipologia. Franz ha illustrato come l’ipersensibilità agli stimoli – luci e rumori intensi – costringa molti soggetti a un dolore fisico costante, rendendo la vita sociale e quotidiana quasi impossibile.
A causa della loro intrinseca condizione neurologica, i neurodivergenti pensano e percepiscono in modo unico, essendo veri e propri “creatori” di un linguaggio e di prospettive che porterebbero enorme beneficio alla comunità se solo fossero capiti, ascoltati e inclusi.
Alla conferenza sono intervenuti anche il neurologo Sergio Zanini e Pietro Santoro, autore del libro “Sentieri di inclusione”, contribuendo al dibattito su esperienze personali e prospettive scientifiche in materia di autismo.
Qui il link con il video integrale della conferenza al Senato della Repubblica:
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“L’Io autistico” scuote le coscienze a San Daniele

Appello alla politica: si chiede azioni concrete, non virtuali; l’autismo è anche potere creativo, non solo disabilità.
San Daniele del Friuli (UD), 29 ottobre 2025 – Si è svolta mercoledì 29 ottobre, nella suggestiva cornice della Biblioteca Guarneriana di San Daniele, la presentazione del libro “L’Io autistico. Tra esperienza personale e riflessione filosofica” del filosofo friulano Emanuele Franz. (Audax Editrice 2025).
L’incontro, introdotto da Lorenzo Meloni Tessitori e moderato da Lorenza Ioan, ha visto una partecipazione entusiasta del pubblico e ha acceso un dibattito profondo sulla condizione autistica, portando alla luce criticità e potenzialità spesso trascurate. Il volume è frutto della collaborazione con la scrittrice Susanna Tamaro e i neuroscienziati Sergio Zanini e Franco Fabbro.
Il dibattito ha posto l’accento sulla necessità urgente che la classe politica intervenga con azioni concrete di inclusione, e non solo virtuali. È stato sottolineato come, per la persona autistica, anche attività quotidiane come prendere un treno possano generare un forte disagio a causa dell’ipersensibilità del sistema nervoso. A tal proposito, è emersa la preoccupazione per la scarsa partecipazione di molti Comuni del Friuli al dibattito sul tema e per l’assenza di una vera formazione sull’autismo a livello istituzionale.
Il cuore della presentazione ha smantellato il pregiudizio che l’autismo equivalga a incapacità. Al contrario, il libro e l’esperienza dell’autore, Emanuele Franz, evidenziano che l’autismo è un diverso modo di processare le percezioni, che, sebbene comporti un’enorme sofferenza nella vita relazionale e sociale, è anche fonte di una creatività non comune.
“L’autistico è potenzialità e creatività nel vedere il mondo in modo non convenzionale”, ha dichiarato l’autore. Emanuele Franz è lui stesso esempio di questa forza, avendo scritto poemi e opere di filosofia, oltre ad essere poeta, viaggiatore e ideatore di provocazioni sociali di grande riflessione.
La lezione emersa dalla Guarneriana è chiara: l’autismo è sì disabilità nella vita sociale, ma è anche potere creativo. Il mondo istituzionale ha ancora molta strada da fare per arrivare a una vera e piena inclusione che sappia valorizzare queste diverse forme di intelligenza e sensibilità.
Qui il link al video integrale dell’incontro:
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2.000 chilometri nel cuore del Sahara: il pellegrinaggio di Emanuele Franz

Un viaggio di quasi 2.000 chilometri (circa 1830) nel cuore del Sahara alla ricerca delle radici dimenticate della Fede cristiana: è l’impresa che Emanuele Franz – filosofo, poeta e storico delle religioni – ha compiuto tra le sabbie del deserto, lungo un itinerario che unisce spiritualità, storia e archeologia.
Dopo aver attraversato in solitaria il Mar Nero per raggiungere le antiche comunità cristiane della Georgia e dell’Armenia, e aver percorso i confini siriani per documentare le liturgie in aramaico antico ancora vive presso i monaci ortodossi, Franz ha da poco terminato un nuovo pellegrinaggio tra templi e monasteri millenari, cattedrali e oracoli perduti.
Il progetto prevede la realizzazione di un reportage archeologico-filosofico che va a toccare luoghi simbolici e spesso dimenticati: dall’oasi di Siwa, dove sorgeva l’oracolo di Zeus-Ammone interrogato da Alessandro Magno, alla Cattedrale copta di San Marco a Heliopolis (Il Cairo), che custodisce le reliquie dell’evangelista. Il viaggio è poi continuato verso il monastero di San Macario nel Wadi el-Natrun, antica Scetes, cuore pulsante del monachesimo egiziano, dove riposano le reliquie di San Giovanni Battista e del profeta Eliseo.
Tappa conclusiva è stata il monastero di Sant’Antonio il Grande, fondato dal padre del monachesimo cristiano nel deserto orientale egiziano, vicino al Mar Rosso, assieme al monastero di San Paolo di Tebe, il primo eremita cristiano, essi rappresentano i più antichi monasteri cristiani del mondo.
“Non è stata un’impresa edonistica, ma un atto di conoscenza e riconnessione con la sapienza primigenia dell’uomo”, spiega Franz, che ha affrontato il percorso partendo da solo, come già fatto nel deserto del Gobi e in altri viaggi estremi.
Un pellegrinaggio sacro, che interroga la nostra epoca digitale sulle radici dello spirito e sull’incontro tra religione, tempo e deserto.



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-L’Io autistico- del filosofo Emanuele Franz, incontro con il Dott. Sergio Zanini neurologo

Si è svolta venerdì 12 settembre ’25 alle ore 17.30 presso la cornice del Piccolo Cottolengo di Don Orione a Santa Maria La Longa (UD) la prima presentazione assoluta del libro -L’Io autistico. Tra esperienza personale e riflessione filosofica- del filosofo friulano Emanuele Franz.
L’autore è saggista, filosofo, editore e poeta e in questa opera autobiografica racconta la sua esperienza di uomo adulto che scopre di essere autistico. Da questa scoperta ripercorre l’infanzia e l’adolescenza, momenti in cui si sentiva “diverso” in cui ha vissuto momenti difficili tra atti di bullismo e indifferenza sociale.
In queste pagine l’autismo appare non tanto come una condizione clinica, ma esistenziale, una neurodivergenza che rende non conformi, solitari e creativi.
Nel libro sono presenti anche interventi della scrittrice Susanna Tamaro, dei neuroscienziati Sergio Zanini e Franco Fabbro e del professor Silvano Tagliagambe, che da punti di vista diversi, letterario o scientifico, cercano di contribuire ad una visione completa della persona autistica in termini di dignità, rispetto e accoglienza. L’incontro, moderato dalla docente Lucia De Giorgio, ha visto molta partecipazione e si è fatto chiarezza soprattutto su cosa non è l’autismo, grazie all’intervento del neurologo Dott. Sergio Zanini. Sentiti e non marginali gli interventi delle autorità presenti all’incontro, da Monica Bagolin, responsabile della struttura che ha ospitato la presentazione, a Michele Cignacco assessore alle scuole e ai servizi per l’Infanzia che ha portato i saluti del Sindaco. Il Vicepresidente del Consiglio regionale FVG, Stefano Mazzolini, ricorda l’importanza della politica nell’includere le disabilità e le neurodivergenze, assieme a lui Igor Treleani, ex Sindaco di Santa Maria la Longa Consigliere regionale del Friuli-Venezia Giulia.
Non meno importante la lettura dei saluti e delle considerazioni di Mario Anzil, vicepresidente della Regione e assessore regionale alla cultura e allo sport che si riporta integramente data l’importanza delle sue parole.
“Buona sera a tutti, impossibilitato a presenziare a questa prima, è per me un onore e un piacere portare il saluto della Regione Friuli Venezia Giulia in occasione della presentazione di “L’io autistico”, un libro di grande valore umano e culturale.
Ringrazio Emanuele Franz per averci donato una testimonianza così autentica e preziosa, che racconta la neurodivergenza dall’interno, con la voce diretta di chi la vive quotidianamente, impreziosita da importanti riflessioni filosofiche. È un tema di fondamentale importanza oggi, che coinvolge un considerevole numero di persone e che viene affrontato quasi esclusivamente da chi studia o analizza queste esperienze dall’esterno. Questo nuovo punto di vista ci consente di osservare, dunque, con occhi diversi una realtà altrimenti difficile da comprendere profondamente. Sono certo che il racconto di Emanuele, arricchito dagli interventi di diverse personalità di spicco della scienza e della letteratura, saprà toccare le corde più autentiche di chi ascolta, contribuendo a costruire una società più consapevole rispetto alla complessità delle neurodivergenze. Con grande interesse e ammirazione, vi auguro una serata di riflessione e confronto.
Grazie.
Il Vicepresidente e Assessore alla Cultura e allo Sport
della Regione Friuli Venezia Giulia
Avv. Mario Anzil”

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Alpinismo: in difesa di Marco Confortola

Assistiamo in questi giorni a una delle polemiche più accese e tragicomiche della storia dell’alpinismo. Viviamo in un’epoca ben lontana dai grandi romanticismi, dagli exploit, dalle imprese del cuore, siamo, infatti, nell’epoca in cui dobbiamo rendere conto a una telecamera di ciò che facciamo, ancor prima che alla nostra più recondita coscienza. La montagna di ieri, severa e silenziosa, ha lasciato il posto alla montagna dei mass media, dello scoop, della soap opera himalayana, è il trionfo di quei “narcisi di montagna” di cui parlava lo scrittore Nereo Zeper, accusando l’alpinismo di aver rinunciato alla vetta come ascesi, in voto alla vetta come record. In questo contesto si colloca la vicenda dell’alpinista Marco Confortola che in questi giorni è accusato di aver mentito, barato, depredato le vette. Da chi vengono queste accuse? Dai più celebri e noti alpinisti della terra, da Messner, Moro e altri, che la Tv ha glorificato e incensato. La storia dell’alpinismo non è nuova a querelle sui primati e sui trionfi personali, a partire dal celebre caso Bonatti sul K2. Bonatti, come è noto, si vide accusato dagli assalitori della vetta capitanati da Ardito Desio, accusato di aver rubato ossigeno e di aver attentato al primato italico sulla seconda vetta più alta della terra. Solo decenni (tanti decenni dopo!) le autorità competenti si sono scusate con Bonatti e fatto chiarezza sugli avvenimenti. Ma che dire allora di Cesare Maestri? Accusato di non essere mai riuscito ad arrivare sulla vetta dell’inviolato Cerro Torre in Patagonia? Decenni di inchieste, nonostante avesse perso il compagno di cordata in un tragico incidente, accusato dai più, pure da Messner, di aver mentito. Lo stesso Messner, ironia della sorte, fu più volte accusato di aver indebitamente abbandonato il fratello sul Nanga Parbat per il suo vantaggio personale. Ed ora è la volta di Marco Confortola, accusato di aver vantato tutte le 14 vette più alte della terra. Ma l’alpinismo è veramente ridotto a un banco di prova? Signor Simone Moro, è una soap opera l’alpinismo ormai? O non deve tornare ad essere quello che il filosofo Milarepa definiva come incontro con gli Spiriti aerei delle altezze? Sembra che la montagna sia ormai ridotta a un cumolo di pietre misurabili, valutabili, che il problema sia un metro in più o in meno e non l’elevazione della coscienza.
Come diceva Julius Evola nel suo celebre –Meditazioni delle vette-: “Sentire la propria piccolezza dinanzi alle immense vertigini montane è un indispensabile esercizio di umiltà cui deve fare da controparte l’impulso ad osare oltre la propria limitatezza in nome di una forza più profonda di qualsiasi abisso e ancor più alta della più alta cima.”
Abbiamo, ahimè, dimenticato questo alpinismo romantico, oserei dire, anarchico.
Anche Daniele Nardi fu accusato, dai Messner, Moro di turno, di essere un visionario, un suicida, un mistico quasi, per la sua folle idea di scalare lo sperone Mummery del Nanga Parbat, è morto, certo, ma “la vita non è il bene più alto” scriveva Heinrich von Kleist sulle rive del Wannsee prima di togliersi la vita.
Marco Confortola ha il diritto di vivere e scrivere il suo alpinismo come gli pare, ha lo stesso diritto che hanno avuto Moro, Messner, Bonatti, Maestri, e gli interpreti delle altezze. Non esiste un codice universale, esiste un appello nella coscienza, e la libertà creatrice.
Io non sono certo un alpinista, né un addetto ai lavori, ma quando vedo che tutti sono contro a uno, allora, quell’uno, va difeso, a prescindere, perché l’altezza è anche questo.
Emanuele Franz
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L’immagine e l’assoluto: riflessioni sulla fotografia e i limiti del definire. Di Enzo Comin

Viviamo in un’epoca in cui l’immagine è diventata compagna costante della nostra esperienza quotidiana. Siamo circondati da fotografie che si offrono come se potessero dire tutto, documentare senza margini d’errore, fermare la verità in un punto preciso. È diffusa la convinzione che uno scatto possa racchiudere la realtà in modo definitivo. Tuttavia, se ci soffermiamo a guardare con maggiore attenzione, scopriamo che ogni fotografia porta in sé una contraddizione: più sembra prova certa, più rivela di essere soltanto un frammento, un’interpretazione parziale del mondo.
Il gesto del fotografare, infatti, è sempre un atto di scelta. Davanti a infinite combinazioni di luce, forme e tempi, il fotografo seleziona un punto preciso, un istante particolare, un’inquadratura che esclude tutto ciò che rimane fuori dal campo visivo. La fotografia è dunque una sottrazione: ciò che mostra si stacca dal flusso vitale e continuo della realtà, diventando segno, traccia, simbolo. Ma non l’essenza totale delle cose.
Questa parzialità non nasce solo dai limiti della macchina o della tecnica. Ha radici più profonde, legate alla natura stessa di ogni rappresentazione. La fotografia opera nel dominio del finito, mentre la realtà, nella sua interezza, è sempre eccedente e sfuggente. Uno scatto non cattura un “cos’è”, ma un “così appariva” in un preciso momento. Non chiude, ma suggerisce; non possiede, ma allude a ciò che non può contenere.
Qui si tocca un tema più ampio: il rapporto tra conoscenza e definizione. Definire significa porre un confine, delimitare un oggetto entro un perimetro stabile. È un gesto rassicurante, perché crea un’illusione di controllo, ma nello stesso tempo è un’operazione di riduzione, che isola qualcosa dalla totalità di relazioni che lo attraversano. L’assoluto, per sua natura, sfugge a qualsiasi definizione: ogni tentativo di racchiuderlo lo impoverisce. In questo senso, la fotografia autentica è un varco, una soglia che lascia intravedere ciò che non può essere detto fino in fondo.La tradizione filosofica ha più volte affrontato questo limite. Eraclito vedeva il mondo come un flusso incessante; la fenomenologia contemporanea ha mostrato che ogni percezione è parziale e condizionata dal contesto. Entrambe queste prospettive ci ricordano che ogni chiusura concettuale o visiva è una semplificazione. La realtà non è un oggetto fisso, ma un intreccio di visibile e invisibile che cambia senza sosta. Quando la fotografia smette di pretendere di dire “cos’è” qualcosa, diventa uno strumento di pensiero, capace di aprire possibilità e non di chiuderle.
Anche l’aspetto tecnico rivela questa relatività. L’obiettivo fotografico è un sistema di lenti studiato per correggere distorsioni e restituire immagini simili a ciò che percepiamo a occhio nudo. Ma la nostra stessa visione è già un’elaborazione, frutto di un meccanismo ottico e cerebrale complesso. Un animale, con occhi differenti, vedrebbe il mondo in modo completamente diverso, e per “fotografarlo” dal suo punto di vista bisognerebbe costruire un obiettivo adatto alla sua percezione. Inoltre, tra due valori preimpostati della macchina esistono infiniti passaggi intermedi che restano invisibili per ragioni pratiche, ma in cui si nasconde spesso ciò che apre lo sguardo a prospettive inattese.Fotografare, in questa prospettiva, diventa un esercizio di apertura e di ascolto. Significa accettare che ogni immagine selezioni, interpreti e lasci fuori elementi che, pur invisibili, continuano a influenzare ciò che è stato incluso. È un gesto che rinuncia alla pretesa di racchiudere tutto e che, proprio per questo, lascia spazio alla sorpresa e alla scoperta.
L’assoluto non può essere rappresentato né posseduto: può solo essere intuito. La fotografia, proprio grazie alla sua incompletezza, può alludere a questa dimensione. Non congela il tempo per imprigionarlo, ma lo attraversa, lasciandolo fluire. Il vero scatto non è quello che si impone come definitivo, ma quello che ci restituisce la consapevolezza del limite e dell’apertura. In questo sta la sua forza filosofica: ogni chiusura ci allontana dall’assoluto, ogni apertura ci avvicina.
Enzo Comin (Pordenone, 1979) vive e lavora a Gorizia. Artista visivo, performer e scrittore, unisce linguaggi diversi con particolare attenzione alla fotografia realizzata con pellicole e fotocamere d’epoca o modificate. Dal 2009 partecipa a mostre, pubblicazioni e residenze d’artista in Italia e all’estero, ricevendo premi per opere visive e testi letterari. Autore di raccolte poetiche, saggi e narrativa, ha pubblicato Vangelo Pratico (2020) e il romanzo Armonia delle resistenze (2024), segnalato al Premio Mario Luzi, e lancia la fanzine The journey, dedicata alla vita degli artisti.